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Trasparenza e abusività delle clausole di indicizzazione degli interessi

Valerio D'Alessandro

Lo scritto si sofferma sulla decisione della Grande Sezione della Corte di giustizia (Gómez del Moral Guasch c. Bankia SA, C-125/18) riguardante l’abusività della clausola di indicizzazione degli interessi in un contratto di mutuo ipotecario.

La Corte, dopo aver chiarito che l’indice IRPH Cajas rientra nell’ambito di applicazione della direttiva 93/13 CEE alla luce del suo carattere facoltativo, specifica in cosa si sostanzia l’obbligo di trasparenza contrattuale di cui all’art. 5 della direttiva e quali sono le conseguenze connesse all’accertamento dell’abusività della pattuizione.

Nonostante gli sforzi chiarificatori, la sentenza sembra non aver risolto definitivamente i problemi sollevati dall’utilizzazione dell’indice IRPH Cajas nei contratti di mutuo ipotecario.

Transparency and unfairness of variable interest rate clauses

The article deals with the Grand Chamber of the Court of Justice of the European Union (CJEU) ruling in the case Gómez del Moral Guasch c. Bankia SA (C-125/18), concerning the contractual term governing the variable ordinary and remunerative interest rate in a mortgage loan agreement.

Firstly, the Court of Justice states that even if the contractual term which provides the interest rate applicable to the loan is based on one of the official reference indices (IRPH - Índice de Referencia de Préstamos Hipotecarios), it falls within the scope of the directive 93/13 since it does not reflect a statutory or regulatory provision that is mandatory or supplementary. Moreover, the decision sets the transparency requirements of that clause and the consequences resulting from the unfairness of the term at issue.

Despite the clarifying efforts of the judgment, it does not appear to have definitively solved the problems raised by the use of the IRPH index, and new questions have been referred to the Court of Justice.

Valerio D'Alessandro - Trasparenza e abusività delle clausole di indicizzazione degli interessi

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Sommario:

1. Il caso: Corte eur. giust., 3.3.2020, causa C-125/18. - 2. L’applicazione della direttiva 93/13 CEE alla clausola IRPH. - 3. Il paradigma della trasparenza in senso “sostanziale” e il problema dell’attuazione dell’art. 4, par. 2, dir. 93/13 CEE nell’ordinamento spagnolo. - 4. L’integrazione del contratto a seguito della caducazione della clausola abusiva. - 5. I persistenti dubbi agitati dall’indice IRPH.


1. Il caso: Corte eur. giust., 3.3.2020, causa C-125/18.

Ancóra una volta il contenzioso bancario – e, in particolare, il contratto di mutuo –sollecita riflessioni intorno a uno degli ambiti di disciplina che connota il diritto contrattuale europeo: quello delle clausole vessatorie nei contratti con i consumatori. Il caso Marc Gómez del Moral Guasch c. Bankia SA consente, da un lato, di rifinire lo “stato dell’arte” con riguardo al delicato rapporto tra trasparenza, informazione e abusività delle clausole di indicizzazione degli interessi e, dall’altro lato, di indagare un profilo particolarmente complesso, relativo alla sorte del contratto a seguito della caducazione della clausola e all’integrazione mediante il diritto dispositivo.  L’ambizione della Grande Sezione della Corte di giustizia – che era quella di porre fine all’animato dibattito agitato dall’impiego dell’indice IRPH delle casse di risparmio spagnole (c.d. IRPH Cajas) nei contratti di mutuo – può dirsi miseramente fallita, come dimostra la circostanza che, a distanza di meno di un anno, i giudici di Lussemburgo sono stati chiamati nuovamente a decidere questioni attinenti a tale indice[1]. La vicenda trae origine da un contratto di mutuo ipotecario stipulato tra un istituto di credito e un consumatore e finalizzato all’acquisto di un immobile. Il contratto prevedeva l’applicazione di un tasso di interesse variabile indicizzato al valore IRPH delle casse di risparmio spagnole (IRPH Cajas). Specificamente, l’IRPH Cajas è calcolato sulla base della media dei tassi di mutui ipotecari finalizzati all’acquisto di immobili, di durata uguale o superiore ai tre anni, concessi dalle casse di risparmio spagnole[2]. Il mutuatario ha lamentato l’abusività della clausola in questione, sostenendo che l’applicazione dell’IRPH Cajas fosse meno conveniente rispetto ad altri indici quale, a esempio, l’Euribor[3]. Nella prospettiva del ricorrente, la banca avrebbe violato gli obblighi di informazione, omettendo di rendere edotto il consumatore del maggior costo conseguente all’applicazione dell’indice IRPH Cajas. Il giudice del rinvio ha sollevato tre questioni pregiudiziali, parzialmente riformulate dalla Corte di giustizia: i) se l’art. 1, par. 2, dir. n. 93/13 CEE escluda dall’ambito di applicazione della direttiva la clausola contrattuale che preveda [continua ..]

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2. L’applicazione della direttiva 93/13 CEE alla clausola IRPH.

Nella sentenza s’è posta anzitutto la questione dell’applicabilità della dir. n. 93/13 alla clausola che fissa un tasso di interesse sulla base di un indice (l’IRPH Cajas) regolato da precise disposizioni nazionali. Al riguardo, la banca e il governo spagnolo sostenevano che la clausola in parola, prevedendo l’applicazione di un indice disciplinato da disposizioni regolamentari, dovesse rimanere esclusa dall’ambito di applicazione della direttiva. È noto, infatti, che, a mente dell’art. 1, par. 2, della dir. 93/13 CEE, le clausole contrattuali che «riproducono disposizioni legislative o regolamentari imperative» sono sottratte al giudizio di abusività[1]. La formulazione della disposizione ha sollevato – e continua a sollevare – alcuni problemi interpretativi e la Corte di giustizia, sin dal celebre caso RWE Vertrieb (C-92/11)[2], ha avuto modo di chiarire che l’esclusione prevista dall’art. 1, par. 2 riguarda sia le clausole che riproducono norme imperative sia quelle riproduttive di disciplina suppletiva[3]. Chiamata a decidere sul caso della clausola che prevede il calcolo del tasso di interesse sulla base di un indice di riferimento ufficiale quale l’IRPH Cajas, la Corte di giustizia ha concluso per l’inoperatività dell’eccezione di cui all’art. 1, par. 2 della direttiva alla luce della natura facoltativa dell’indice adottato[4]. La premessa da cui muove l’apparato argomentativo della Corte è che l’Orden del Ministerio de la Presidencia del 5 maggio 1994 (i.e. il decreto avente a oggetto la trasparenza delle condizioni finanziarie dei mutui ipotecari vigente all’epoca della conclusione del contratto tra il sig. Gómez del Moral Guasch e la Bankia SA)[5], lungi dall’imporre l’adozione di uno tra gli indici di riferimento ufficiali, da un lato, si limitava a fissare le condizioni richieste affinché un indice potesse essere utilizzato dagli istituti di credito[6] e, dall’altro lato, attribuiva alla Banca di Spagna il compito di individuare, mediante circolare, gli indici di interesse ufficiali[7]. Il carattere facoltativo dell’IRPH Cajas, in sintesi, renderebbe applicabile alla clausola controversa la disciplina della direttiva 93/13 CEE, essendo esclusa tanto la natura imperativa dell’indice, quanto quella suppletiva.   [1] Il considerando [continua ..]

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3. Il paradigma della trasparenza in senso “sostanziale” e il problema dell’attuazione dell’art. 4, par. 2, dir. 93/13 CEE nell’ordinamento spagnolo.

La seconda questione si innesta su un dibattito noto alla giurisprudenza della Corte di giustizia: quello relativo all’evoluzione intorno al concetto e al perimetro della trasparenza contrattuale. A tal proposito, la Corte di giustizia chiarisce che ciascuna clausola contrattuale può essere oggetto di un sindacato di vessatorietà ove difetti di chiarezza o di comprensibilità. E ciò – si badi – al netto delle eventuali conseguenze circa la mancata trasposizione dell’art. 4, par. 2, dir. 93/13 CEE nell’ordinamento nazionale e, dunque, al netto dell’eventuale esistenza, nel diritto spagnolo, di un nucleo di clausole tolte dall’ambito del giudizio di abusività “contenutistico”[1] . È noto, infatti, che, ai sensi dell’art. 4, par. 2, dir. 93/13 CEE, «la valutazione del carattere abusivo delle clausole non verte né sulla definizione dell’oggetto principale del contratto né sulla perequazione tra il prezzo e la remunerazione, da un lato, e i beni e servizi che devono essere forniti in cambio, dall’altro, purché tali clausole siano formulate in modo chiaro e comprensibile». La regola di trasparenza dettata all’art. 5 della dir. 93/13 CEE, per la Corte, trova applicazione anche in difetto – nell’ordinamento nazionale – di una norma che espressamente ponga il precetto di chiarezza e comprensibilità; e ciò a prescindere da una parziale o incompleta trasposizione dell’art. 4, par. 2 della medesima direttiva[2]. Sicché, ponendosi nel solco dei suoi precedenti, la Grande Sezione ribadisce che l’obbligo di trasparenza delle clausole contrattuali deve essere inteso non soltanto secondo un’accezione formale (i.e. avendo riguardo alla linearità nella formulazione della clausola dal punto di vista grammaticale), ma anche in senso sostanziale, ossia tale «che un consumatore medio, normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto, sia posto in grado di comprendere il funzionamento concreto della modalità di calcolo di tale tasso e di valutare in tal modo, sul fondamento di criteri precisi e intelligibili, le conseguenze economiche, potenzialmente significative, di una tale clausola sulle sue obbligazioni finanziarie»[3] (cfr. punto n. 51 della sentenza). Afferma così [continua ..]

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4. L’integrazione del contratto a seguito della caducazione della clausola abusiva.

Terza e ultima questione affrontata dalla Corte: quali conseguenze discendono dalla declaratoria di vessatorietà delle clausole di indicizzazione degli interessi. Al riguardo, è noto il ruolo che nel quadro del diritto privato europeo ha assunto il rimedio della nullità di protezione. Ci si riferisce, in particolare, alle sue caratteristiche di rimedio effettivo (tanto della norma cogente, quanto delle conseguenze connesse alla sua violazione) proporzionato (ossia capace di correlare l’intensità dei suoi effetti alla gravità della violazione, al fine di evitare conseguenze ultronee o non necessarie rispetto al perseguimento degli obiettivi sottesi alla tutela) e dissuasivo[1]. Nella sentenza in commento il giudice europeo, respinta la possibilità di un’integrazione giudiziale del contratto, conclude nel senso che l’art. 6, par. 1, dir. 93/13 CEE non osta alla possibilità di un’integrazione mediante il diritto dispositivo, laddove il contratto non possa sopravvivere all’amputazione della clausola[2]. L’integrazione dispositiva si rivela rimedio necessario e utile laddove si vogliano evitare le conseguenze di una nullità dell’intero negozio, che esporrebbe il consumatore a un’obbligazione restitutoria pregiudizievole[3].  Non stupisce, allora, che la Corte concluda nel senso che un’eventuale nullità della clausola in questione non si propaghi all’intero contratto (considerata la pacifica parziarietà della nullità di protezione); al contrario, desta qualche perplessità il passaggio in cui la Corte, preso atto dell’esistenza di un indice sostitutivo qualificato dal diritto spagnolo come «suppletivo» (cfr. quindicesima disposizione addizionale della legge 14/2013), riserva al giudice nazionale il potere di sostituire l’IRPH Cajas –  abusivo qualora la relativa clausola difetti della necessaria trasparenza –  con tale indice suppletivo (l’IRPH Conjunto de Entidades, consistente nel tasso medio sui mutui ipotecari concessi dagli istituti di credito spagnoli) [4]. E infatti, per un verso, anche nel diritto spagnolo, il contratto di mutuo ipotecario ben potrebbe sussistere in assenza di clausole che disciplinano la debenza degli interessi corrispettivi[5]; per altro verso, il giudice spagnolo dovrebbe comunque accertare che la norma dispositiva sia concretamente [continua ..]

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5. I persistenti dubbi agitati dall’indice IRPH.

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