Dalle prime pagine introduttive l’A. si preoccupa di esplicitare il punto di vista che anima la sua ricerca, la quale intende privilegiare la regolamentazione dell’Internet delle cose (di qui in avanti IoT) quale tecnologia ad oggi maggiormente invasiva della vita umana, capace più di ogni altra di sfruttare la capacità dell’uomo in quanto produttore delle risorse economiche oggi più preziose: i dati. Aggiunge che, trattandosi della tecnica che incarna l’attuale stadio del sistema capitalismo, essa può essere studiata efficacemente adottando una metodologia marxista, utile per rispondere a questa domanda generale: in che modo la legge può mediare le dinamiche di potere tra chi dispone della tecnologia IoT e gli utenti finali? Può la legge guidare lo sviluppo dell’IoT in una direzione incentrata sull’uomo e vantaggiosa per l’intera società?
1. – Il primo e articolato capitolo del libro offre una panoramica analitica delle metodiche di regolazione del fenomeno, sottolineando sia i diversi approcci, da parte degli ordinamenti statunitense ed europeo, sia –correlativamente– i diversi strumenti di regolazione, in prevalenza non vincolanti, ma piuttosto basati sulla (presunta maggiore) efficacia della selfregulation e delle norme di soft-law. L’A. esprime comunque rilievi critici sia sugli strumenti di selfregulation che su quelli di regolazione vera e propria, mostrando piuttosto attenzione alle soluzioni non binarie, ma di coregolazione, cioè di cooperazione congiunta fra lo Stato e i privati, in ottica di strategia integrata.
Le precedenti considerazioni assumono rilievo concettuale con riferimento alle minacce che l’A. ritiene di ricondurre alla crescente adozione dell’IoT da parte dei consumatori, ciò che viene rappresentato attraverso la metafora del “pantano contrattuale”, cioè l’uso strumentale del contratto per il controllo della “cosa” ma in realtà di chi la usa. Leggiamo a p.69 che “The essence of a contract is the ‘arbitrary will’of the contracting party and their ability to break away from the contract. It could be said that the relationship between IoT companies and their users is reminiscent of the relationship between States and citizens, rather than being of a genuinely contractual nature”. E questo altro non sarebbe che un’espressione del capitalismo della sorveglianza (Zuboff).
La tesi è argomentata attraverso l’analisi dei casi, ovvero degli strumenti diffusi di IoT (gli assistenti virtuali, il cloud, i servizi Amazon, etc.), il cui funzionamento grazie ad algoritmi opachi e tecniche impenetrabili produrrebbe conseguenze significativamente definite –fra l’altro– come “death of ownership”, ad indicare il capovolgimento della prospettiva dominicale dei beni di consumo ad opera dei sistemi esterni di controllo delle “cose” consentiti dai diritti di proprietà intellettuale e dalle tecniche contrattuali che regolano l’uso di queste “cose” (di cui il consumatore non sarebbe altro che un digital tenant). Apprezzabile in questo contesto di ragionamento l’analisi puntuale dei servizi Amazon e delle relative condizioni.
2. – È in questo contesto di squilibri di potenza che si svolge poi l’analisi della normativa europea sui contratti di consumo, da quella tradizionale sulle clausole vessatorie (ripercorsa analiticamente con riguardo ai termini e condizioni di Amazon), a quella più recente introdotta dalla Direttiva omnibus 2019/2161 e dalle Direttive sulla vendita di prodotti e contenuti digitali e sulle garanzie di conformità. Queste ultime e i relativi dispositivi di protezione del consumatore sono esaminati con riguardo all’estensione della garanzia di conformità concernente la “smartness” dei contenuti digitali anche nel periodo successivo alla consegna, e all’obbligo di fornitura degli aggiornamenti.
La valutazione dell’A. sull’efficacia delle tutele contrattuali dei consumatori di IOT è tuttavia assai critica, e lo è –se così può dirsi– pregiudizialmente, cioè per una rilevata strutturale inadeguatezza a riequilibrare rapporti profondamente squilibrati, ovvero perché inapplicabile laddove non vi sia un contratto o la controparte non sia comunque identificabile.
Questa è la ragione per la quale l’A. concentra poi la sua analisi sulle discipline consumeristiche non contrattuali, precisamente quella sulla responsabilità per danni da prodotto, e quella sulle Pratiche commerciali sleali, e lo fa alla luce di una categoria che sempre più viene utilizzata nel discorso giuridico sulla fenomenologia digitale: la categoria della vulnerabilità. Nella prospettiva di Noto La Diega tuttavia, la vulnerabilità è costruita quale specifico effetto del capitalismo in versione digitale, che si porta a compimento producendo cose “vulnerabili”, in quanto destinate ad un rapido consumo, e persone “vulnerabili”, in quanto suscettibili di ogni possibile manipolazione in ambienti dominati da IoT. I due corpi normativi ora citati vengono assunti come oggetto di studio esattamente in questa chiave, come possibili strumenti di difesa da quelle vulnerabilità. Possibili ma poco efficienti, soprattutto inadeguati rispetto alla sfuggente qualificazione dei contenuti digitali in termini “prodotto”, e alla continua manipolazione dei bisogni operata dalle pratiche capitalistiche sulla personalità umana: di fronte alla quale gli strumenti prettamente patrimonialistici offerti dalla disciplina delle pratiche commerciali non sono soddisfacenti.
3. – Di qui un ulteriore passo analitico, nel quadro sempre più arricchito di nuovi scenari del capitalismo digitale, ovvero della “sorveglianza”: la disciplina offerta dal DGPR, ricostruita con riguardo ai diritti dell’interessato al controllo dei dati personali immessi in circolazione attraverso l’uso di tecnologie IoT.
L’indagine è come sempre corredata da una precisa verifica empirica, sul funzionamento ad esempio dei prodotti Amazon Echo Spot e Echo Look, destinati ad operare negli ambienti domestici più intimi e personali, e per questo espressione dell’Internet of Loos, ovvero di quell’altro aspetto del capitalismo estrattivo o espropriativo che fa dei dati personali la risorsa principe del suo commercio. Noto La Diega così lo connota, con le parole della Zuboff: “the everywhere, always-on instrumentation, datafication, connection, communication, and computation of all things, animate and inanimate, and all processes”. Una visione per la quale si produce quel capovolgimento “from a thing that we have to a thing that has us” (p.256).
I diritti del GDPR sono presi inconsiderazione in questa chiave, ma per quanto l’A. ammetta che la disciplina del Regolamento fornisca strumenti utili a contrastare il fenomeno dell’espropriazione dei dati, la valutazione finale confermerebbe la loro natura neoliberale, fortemente protetta dalla normativa della proprietà intellettuale e dei segreti commerciali, dietro la quale i grandi players si trincerano per neutralizzare i diritti degli interessati.
Questo è infatti il tema finale che Noto La Diega affronta, il cuore di un ragionamento che propone da un lato la già menzionata “morte della proprietà delle cose”, che il consumatore di beni e risorse di IoT crede di avere, ma di cui non ha alcun controllo, per le caratteristiche espropriative e manipolative dei processi prima evidenziati, imputabili alle società di IoT; e dall’altro la sempre più viva (e oscura) proprietà intellettuale che regge questi processi.
4. – La premessa di tale ultimo ragionamento è la seguente: “… IP has become the key ideological device of rentier capitalism”, e da tale assunto –che nega valore alla tradizionale funzione di incentivo riconosciuta alla proprietà intellettuale, è lineare il passaggio all’idea per la quale “We have become digital tenants, not owning or controlling any object around us and data about us. To the point that, one can argue, we no longer own: we are owned” (p.276).
Il seguito dell’analisi sviluppa varie tematiche espressive dell’allungamento del potere monopolistico dell’IP lungo tutto il processo di utilizzo delle risorse che ne sono oggetto: dal tema della manutenzione, illustrato dal caso John Deere, al tema dell’esaurimento della proprietà intellettuale rispetto alla libera circolazione dei beni, posto dal caso Tom Kabinet, ai temi sollecitati dalle condizioni di contratto poste da Amazon per l’utilizzo dei suoi dispositivi. Per non parlare delle questioni legate alla definizione del copyright nei prodotti e nei software complessi. L’esito dell’analisi, in questa parte finale della ricerca, tocca infine il nesso inscindibile tra diritti di monopolio e diritto della concorrenza, quale risultante anche dagli orientamenti delle Autorità Antitrust e dalla loro capacità di mettere in campo adeguati mezzi di contrasto degli abusi e di limitazione –attraverso le eccezioni– di quell’intricato insieme di diritti monopolistici e di controllo che dànno corpo al fenomeno dell’Internet of Digital Locks.
La conclusione è in linea con la teoria marxista, secondo la quale la LEGGE può forse aiutare i “lavoratori”, incluso l’attuale ‘smart proletariat’, ma rimane pur sempre uno strumento di oppressione di classe e di aiuto piuttosto del capitalismo che non delle classi che ne subiscono il potere.
Non resta allora che invocare i “commons”, un modello di uso delle risorse declinato sull’open, piuttosto che sul locked: open software, open-sourse, open data. Ai commons sono dedicate le pagine finali dell’opera.
5. – Si è indugiato nella sintetica descrizione dell’andamento e del percorso analitico dell’A. per poter, adesso, elaborare qualche considerazione critica.
La prima attiene alla dichiarata metodologia della ricerca, esplicitamente e più volte ricondotta alla teoria marxista. Non c’è dubbio che una tale ottica sia uno strumento formidabile nello svelare la doppiezza, l’oscurità ed anche la pericolosità (dal punto di vista della sicurezza) delle più invasive tecniche di IoT. E non c’è dubbio che una fiducia nella tecnologia digitale, non accompagnata da una adeguata consapevolezza di cosa significhi essere “seguiti” passo passo in casa propria da un assistente vocale, sarebbe fiducia cieca ed ingenua, che non può essere alimentata, ma deve essere contrastata con tutti i mezzi di cui una società dispone per implementare la consapevolezza e l’autodeterminazione dei cittadini.
In tal senso, bisogna essere grati all’A. per aver sviluppato questo spirito critico attraverso l’analisi giuridica, sui formanti –si direbbe– legislativi, giurisprudenziali ed empirici. Così come un giuscivilista può essergli grato per aver offerto alla sua riflessione elementi assai utili per mettere alla prova, rivedere, e riformulare quei paradigmi dommatici che la tradizione gli consegna dai banchi di scuola. Così è ad esempio, per la formula della “morte della proprietà”, ad un certo punto declinata in termini di ownership e property, per differenziare le diverse posizioni rispetto alle cose, piuttosto che alle risorse immateriali. Una formula che invita a ripensare di nuovo antiche –ma non vecchie– problematiche, intese a rappresentare la proprietà (il terribile diritto) attraverso la scissione tra titolarità e controllo; ovvero a testarne la sopravvivenza di fronte alla prevalenza di tecniche di fruizione delle risorse basate sull’accesso, sull’abbonamento, piuttosto che sul trasferimento di un diritto.
La riproposizione di queste tematiche con riferimento alla complessità – efficacemente rappresentata – del mondo IoT e delle interferenze che lo stesso manifesta tra diritto dei contratti, diritto dei beni e diritto della concorrenza è indice di una consapevolezza analitica non solo apprezzabile, ma anche utile. Utile per il giurista che voglia raggiungere una dimensione realmente sistematica dello studio di questi fenomeni. Ed utile ancora per chi voglia percepire la natura e la dimensione oggi raggiunta dalle fonti regolative dei medesimi fenomeni.
E tuttavia, se è vero che su tali benefici dell’ottica marxista potrebbe essere non difficile convenire; assai più difficile, invece, è condividere l’esito finale della ricerca: dove ad essere messa in dubbio non è più soltanto l’efficacia delle leggi e delle normative esaminate dal punto di vista della promozione di una dimensione “umana” e non meramente espropriativa dell’IoT, ma la stessa capacità della legge a governare il fenomeno. Se il bersaglio è il capitalismo (che come non mai esprime se stesso nella fenomenologia del mondo digitale), e se la legge è strumento del capitalismo, allora combattere il capitalismo significa combattere la legge?
C’è in tale equazione –se abbiamo inteso correttamente– il sopravvento di un elemento ideologico che assume qui rilievo sul piano metodologico, e che getta un’ombra sul senso della lunga analisi precedentemente svolta, e soprattutto sul senso di una politica legislativa che, a partire da altri presupposti di principio, volesse efficacemente modificare l’assetto dei rapporti giuridici che ruotano intorno ai fenomeni di cui parliamo.
In altre parole, il lettore che giunge al termine di questo volume può non ingenuamente immaginare una diversa regolamentazione dei rapporti contrattuali di consumo? Può non ingenuamente immaginare una diversa regolazione dei diritti di IP e delle dinamiche di concorrenza? Può non ingenuamente immaginare un rafforzamento della disciplina di controllo dei dati personali, o dell’accesso alle piattaforme, o della responsabilità per danni da prodotto, che renda effettiva la protezione dei suoi diritti personali? Perché, se questo immaginare altro non fosse che una pia illusione, poiché la legge è sempre strumento del più forte, allora dovremmo immaginare una dimensione sociale di vita diversa da quella dello Stato di diritto.
Il che, a dire il vero, non è facile, se non si accetta una previa prospettiva demolitoria dell’attuale dimensione istituzionale che sostituisca la legge con qualcos’altro.